
Il discorso affronta il tema complesso della protezione dei dati personali e della sorveglianza di massa, partendo dalla constatazione che i dati sono ormai parte integrante della nostra vita....
Il discorso affronta il tema complesso della protezione dei dati personali e della sorveglianza di massa, partendo dalla constatazione che i dati sono ormai parte integrante della nostra vita. L'oratore sottolinea come, nonostante le avvisaglie e i dibattiti degli ultimi anni, ci sentiamo ancora immuni a questo problema, proiettando le nostre paure su realtà lontane come la Cina, vista come una distopia. Tuttavia, come scrive la politologa Asma Malla, la Cina non è un anti-modello ma un prototipo: un laboratorio avanzato di ciò che stiamo costruendo anche noi in Occidente, con modalità e narrazioni diverse ma con la stessa logica profonda di controllo e ottimizzazione dei comportamenti attraverso algoritmi invisibili e incontrollabili.
L'oratore cita esempi concreti di questa sorveglianza "occidentale": il sistema Maven di Palantir che suggerisce bersagli da colpire, l'uso di software per tracciare i migranti, le telecamere dei semafori riconvertite per guidare missili, e gli elettrodomestici che trasmettono i nostri dati. La domanda centrale non è più come difendersi da una distopia lontana, ma come resistere qui e ora, in uno spazio in cui il dissenso si restringe e le tecnologie di controllo non hanno confini né nazionalità.
A questo proposito, l'oratore presenta una "cassetta degli attrezzi" della resistenza, che include strumenti tecnologici e analogici. Tra questi, guide pratiche per proteggere il corpo durante le manifestazioni, come quelle pubblicate da riviste tecnologiche; il design di resistenza, come il progetto italiano Capable, che crea capi di abbigliamento con pattern "adversariali" in grado di confondere i software di riconoscimento facciale, facendo classificare chi li indossa come un animale o un oggetto; e il progetto "Stevie Dazzle" di Adam Harvey, che usa trucco e acconciature per spezzare le linee del volto che gli algoritmi cercano, applicando il mimetismo navale della Prima Guerra Mondiale al viso umano.
C'è poi chi passa al contrattacco, come il progetto Nightshade dell'Università di Chicago, che permette agli artisti di alterare i pixel delle proprie immagini in modo invisibile all'occhio umano, ma letale per i modelli di intelligenza artificiale che le "ingoiano" nei loro database di addestramento, avvelenandoli e distruggendo milioni di dollari di investimenti.
Infine, l'oratore ribalta il paradigma tecnologico parlando di una forma di resistenza che non richiede microchip né elettricità: il cucito. Storicamente usato come strumento di sottomissione domestica per le donne, il cucito è diventato uno strumento di liberazione. Nell'Ottocento, le donne rinchiuse nei manicomi, private di carta e penna, usavano ago e filo per ricamare le loro denunce e i nomi dei medici che abusavano di loro, creando un "archivio tessile" di resistenza. Oggi, il Tatriz palestinese, un tradizionale ricamo, diventa un atto di rivendicazione territoriale e memoria collettiva: ogni regione ha i suoi motivi e colori, e cucirli sugli abiti delle nuove generazioni significa cucire addosso la mappa di una terra che qualcuno cerca di far scomparire.
In conclusione, la resistenza non ha una forma unica: può essere tecnologica, analogica, o un semplice ricamo su un fazzoletto. Ma il filo conduttore è sempre lo stesso: qualcuno che decide di non farsi cancellare, di non dimenticare, di riappropriarsi del proprio tempo e della propria storia. Anche se non saremo noi a cambiare le cose, quei ricami e quella memoria potrebbero essere utili in futuro, come un segnale costante dell'importanza dei nostri dati. L'importante è non smettere mai di cucire.